L'afa
di quella notte aveva riversato sulle strade quasi tutta la città
insonne. Gruppi di donne camminavano lenti in fila lungo il porto e
il braccio di ognuna cingendo quello della vicina formava un anello
di quella catena umana che si trovava a sfilare nell'aria torrida.
Altri chiacchieravano rumorosamente ai tavolini dei bar sotto i
portici e tanto era il passeggiare e tanta l'energia che si sarebbe
pensato fosse mezzogiorno e non tarda sera.
Sedute
al monumento di Nivola, Sara ed Ele guardavano oltre la strada il
mare calmo fra le barche, protette dalle ali della grande madre.
Passava davanti ai loro occhi tutta quella gente accalorata che
preferiva il gelato al letto, la compagnia alla solitudine della
notte; correvano dei bambini e con Sara ed Ele anche loro si godevano
le notti piene della loro giovinezza. Nella città natale, protetti
dal semicerchio del golfo che ne traccia i limiti, caldo di
mediterraneo e di Africa, vivevano appieno quei giorni lieti. Loro di
sicuro non avrebbero dormito quella notte ma avrebbero vagato in
circolo e consumato un'altra notte.
Con
una telecamera che puntava dritto su di lei e sul monumento, Sara si
chiese se era il caso di tracannare così disinvoltamente dal
boccione di lambrusco. Così decise di far un cenno di saluto con la
mano verso la lucina rossa e prendere un grosso sorso. Dopo tutto non
vedeva cartelli contro l'accattonaggio ne che intimassero a non
consumare alcolici in quel posto. E poi il lambrusco era tanto e
costava poco. A volte Nicola lo infilava nello zaino quando la
signora non guardava e andavamo alla cassa con due lattine di birra e
un lambrusco gratis. Quando li scoprirono cambiammo negozio. Ma
diciamo che quella sera le ragazze lo avevano pagato a prezzo pieno.
Era un liquido caldo, forse più caldo dell'aria che quella sera
spirava dal porto, salsedine e sabbia africana. Ma non si hanno certo
dei gusti sofisticati a sedici anni.
Appena
ebbe preso un altro sorso, Sara ruttò forte e solo dopo si mise
pudicamente una mano sulla bocca. La bottiglia finì sulle mani di
Ele che un po' sonnolenta la alzò per berne con gesto pigro;
prendere quella sorsata sembrò costarle molta fatica. Scalpitava
perché gli amici erano in ritardo. Sbuffava un po' di fumo e un po'
di impazienza e con un salto si alzò per scrutare in lontananza, poi
andava avanti e indietro, da una colonna all'altra dell'arco mentre
la marcia senza sonno della città continuava il suo corso come un
fiume che allagava il portico. Sara invece era tranquilla e non aveva
fretta che gli altri arrivassero o di muoversi dal marmo che la
avvolgeva. Sentiva l'effetto del lambrusco salire piano piano con
cadenza stabile mentre l'amica faceva da pendolo al suo nuovo ritmo
interno col suo andare avanti e indietro. Ora che il flusso di gente
era aumentato vedeva a volte sparire la maglia rossa dell'amica
dietro qualche coppia a braccetto, ora nascosta dietro il vestito
giallo di una signora obesa.
Sara
sentiva il formarsi di quel velo attorno alla testa che, nella sua
breve vita di bevitrice, aveva imparato a distinguere come il primo
stordimento leggero della sbronza che sarebbe venuta. Prese un altro
piccolo sorso e l'ultima sigaretta che le rimaneva. Nel muovere il
braccio verso la borsa, la testa si era spostata in avanti ed ora le
sembrava pesasse il doppio. Vide la sua amica essere ributtata fuori
da quella calca anomala, una massa di corpi sudati che si
appiccicavano l'uno contro l'altro, come se il tempo si fosse
ristretto ma era convinta fosse la sua testa a farle questo scherzo.
Il tempo non era miracolosamente rallentato, sino a cristallizzarsi
nel fermo immagine di una folla statuaria nell'immobilità di una
notte d'estate. La testa cominciava a galleggiare nella
inconsistenza di quella notte, fra i sandali e i ventagli che
svolazzavano. Nonostante la gente l'aria era calma e frizzava di
un'euforia per la vita che le girava attorno e si sentì bene nel
posto che le avevano assegnato nella realtà.
Intanto
Ele era tornata e cominciava a torturare il cellulare in cerca di
qualche notizia da parte dei dispersi. Annullò il moto che era in
lei e si risolse ad aspettare col culo nel marmo che qualcuno
arrivasse.
Da
dietro il grosso pancione contenuto da una canottiera bianca
macchiata, sbucò il sorriso sornione di Fabri e, dietro di lui,
anche Nicola e Albi, l'uno come sempre accigliato nella sua smorfia
perennemente imbronciata e l'altro con un sorriso dolce. Si
salutarono calorosamente quella sera, anche se si erano visti tutti i
giorni di quell'estate folgorante.
Il
gruppo si mosse e risalì verso via Roma, tra i fiumi di sonnambuli.
Fabri con il suo piglio prese inconsapevolmente la testa del gruppo e
guadava l'onda umana facendo strada ai compagni. Appariva come un
folletto gioioso che la vita non aveva colpito ancora con il dolore,
guidava questa avanguardia della gioventù che avanzava spazzando il
vecchio con il potere conferito dallo spiritello panico che scalpita
sugli zoccoli. Avanzavano lungo il portico gli esseri più leggeri e
puri di tutta la città.
Virarono
improvvisamente a destra e la ciurma si infilò in uno dei stretti
vicoli di Marina. Li accolse un rumore di tamburi e chiacchiere
lanciate da un balcone all'altro, schiamazzi di ragazzi e profumo di
kebab accompagnavano la prima linea schierata per la notte.
La
scalinata di Santa Eulalia li salutò nella severa compostezza della
sua architettura gotica e tornò a dormire, quando i ragazzi furono
passati oltre, nel suo sonno di secoli. Altri ragazzi erano li a
sedere nel muretto che affiancava il lato orientale della chiesa e
che creava per loro uno spazio di discrezione e libertà.
Convergevano su quel punto gli echi di una batteria solista che si
scaldava sul tamburo.
Nel
gruppo allargato si svolse la liturgia della condivisione del vino ed
il lambrusco prese il volo per un giro che lo avrebbe portato di
bocca in bocca a sperimentare salive diverse. Per la nuova ed eterna
alleanza. Sara che era a corto, chiese la prima sigaretta della
serata, dato che alcuni già fumavano. Lilla e Gnegna erano vecchie
conoscenze del liceo artistico ed altri due ragazzi, facevano gli
equilibristi nel filo sottile immaginario del muretto, immaginando
vertiginose altezze e urlando forte mentre si sfracellavano a terra
da mezzo metro. Sara chiese un'altra sigaretta e si pianificò la
fine dell'estate, che sarebbe bruciata in un falò sulla spiaggia
dove sarebbero bruciati il resto di questi giorni. Ma se ne parlava
come di un evento collocato in un futuro anteriore. La musica si fece
più alta, ma non era un'orchestra itinerante che riempiva l'aria di
suoni ma il corpo stesso della città che espandeva i polmoni,
immetteva aria e la sua voce si espandeva dalle torri e si infilava
nelle strade, riempiva le piazze e si buttava in mare. Le voci dei
ragazzi si inserivano perfettamente nella armonia della ballata e ne
aggiustavano il tono. Ele pestava i piedi sonori in risposta alle
acute confessioni bisbigliate, Gnegna muoveva le mani freneticamente
sulle corde invisibili che vibravano in sonorità cristalline mentre
Sara scriveva partiture atonali scuotendo energicamente la testa.
Un'opera vibrante centellinava la sua unica esecuzione.
Il
battaglione ora saliva verso la città vecchia attraverso strade
battute dall'uomo sin da tempi remoti di cui si è persa la memoria.
Come se emettessero fotoni salivano come piccole fiaccole che
intraprendono una sacra processione. Voci sgraziate li
accompagnavano, illuminando la via e il viso della gente come se la
rivelazione fosse passata loro vicino. Impavidi si muovevano come un
corpo solo verso la vetta ebbri di risate. Con il fiato corto e
accaldati arrivarono alla grande terrazza che li aveva accolti per
quell'estate e, sotto di loro sfilava la gente, le auto e il mare in
lontananza era immobile sotto la cupola di stelle. L'aria fresca
dell'altitudine li ritemprò e si accasciarono disordinatamente sulle
panchine per continuare a scrivere la partitura di quel notturno
incompleto. Alcuni dall'alto ammiravano l'abisso che li separava
dall'asfalto e per lo più il Bastione era tutto per loro e girò il
lambrusco rinforzato da una birretta e girò il fumo e anche molte
teste. Sara sedeva sul culo sopra la ringhiera della panchina come a
volte faceva e Fabri stava fra le sue gambe aperte dove invece la
gente normalmente si accomoderebbe in una panchina pubblica per
riposare. Davanti a loro per terra si erano piantate come tende
Gnegna e Lilla, con le gambe incrociate arpionate al terreno.
Raccontavano ora storie scabrose di ragazzi conosciuti e tutti quei
discorsi che si fanno nel limbo fra l'infanzia e la maturità. Ma
sopratutto si parlava del presente perché quell'estate era destinata
a non finire mai, quella notte stessa forse non sarebbe mai finita.
Nicola e Alberto passavano fra i compagni con la mano aperta
chiedendo la questua. Avrebbero racimolato il giusto per comprare due
birre con le quali finire di annegare la notte e, una volta chiesta
l'elemosina, scesero in giù la scalinata, giù dove la città era
persa nella disperata ronda notturna mentre loro erano
miracolosamente in salvo li in alto dove l'aria era migliore, alle
porte della città medievale, nel ventre stesso di Castello. Alle
loro spalle si snodavano a spina di pesce le vie più strette e buie
dove il tempo si era congelato nei muri della cattedrale nascosta da
mille vicoli tutti uguali, di modo che lo spettatore che si trovasse
all'improvviso di fronte a essa dopo vicoli tutti uguali, sarebbe
preso da un intenso stupore. In basso la vita scorreva in minuti e
secondi mentre nell'alta fortezza il tempo scorreva nella sua
eternità. I ragazzi risalirono dall'Ade riconquistando il posto
sacro e tutti finirono di sbronzarsi con le loro provvigioni. A turno
si recarono a pisciare perché ciò che entra deve pur uscire. Il
primo bisogno solitamente veniva espletato nel bar dall'altra parte
della terrazza e senza mai aver consumato niente. E siccome con la
birra ciò che entra esce sempre doppio, dopo ci si appartava in un
angolo isolato e allora la pietra centenaria riceveva il battesimo di
quell'urina ad alto tasso alcolico. Sara il primo giro lo depositò
nel comodo e pulito bagno del locale, dove non mancava mai la carta
igienica. Ma il secondo solitamente lo espletava nella passerella
appartata. Appena ebbe trovato l'angolo più buio si calò i
pantaloni e, rilassata la vescica, rilasciò buone quantità di
liquido caldo che andò a formare prima una pozza poi un rigagnolo
che si allontanava secondo la pendenza . Mentre contemplava la
soddisfazione dello svuotamento vide un'ombra avvicinarsi e gli venne
quasi da dire: "Occupato!". Era Fabri che si appartava
anche lui per pisciare. Le urlò che era buio e che non aveva neanche
visto il colore delle sue mutande. Tornarono insieme verso gli altri
in quella passerella che ora puzzava di piscio fresco e birra
rancida.
Nicola
aveva avuto l'idea di entrare di straforo all'orto botanico. La
ringhiera non era alta e a quell'ora tarda non li avrebbe visti
nessuno. Si trovarono tutti armoniosamente d'accordo e ridiscesero
nella città che ormai si era arresa al sonno, lasciando scheletri di
lambrusco e filtri di sigarette. Sara tirò un sospiro di sollievo
quando fu dall'altra parte perché sino all'ultimo aveva pensato che
la sua poca coordinazione fisica l'avrebbe fatta cadere. Senza un
minimo senso di orientamento Sara seguì le tracce della maglia rossa
di Ele per quanto il buio pesto glielo permettesse. Appena ebbero
trovato delle panchine e illuminate dal lampione vicino si fermarono
e Nicola cominciò a rollare una canna. Anche se era piena notte a
Sara sembrava di sentire gli uccelli cantare e Fabri suggerì
potessero essere uccelli notturni. Inspiegabilmente si misero a
ridere mentre Gnegna cominciava a raccontare di un ragazzo che tutti
conoscevano era stato trovato la mattina prima all'alba a faccia in
giù e riverso nel suo vomito, dicono morto di overdose. Dicono anche
che i ragazzi che erano con lui per far serata lo hanno lasciato li,
morto per la pubblica via, come un fantoccio riportato a riva dal
mare, venuto da chissà dove. Gli avevano ripulito il portafoglio o
forse lui era solo rimasto a secco, giustamente, a fine nottata. Sara
lo ricordava bene e in particolare ricordava come si spalmasse la
vasellina su di un tatuaggio fresco e irritato, dicendo che la
vasellina era la cosa migliore per far guarire un tatuaggio. Era un
ragazzone grosso più grande di loro, perso nei suoi panni da eterno
punkabestia. Rimasero tutti interdetti da quella notizia che aveva
improvvisamente stracciato il velo di eternità che per tutta la
notte si era andato tessendo. Gli uccelli smisero di cantare e nel
parco piombò il peso della vita con tutti i suoi effetti
collaterali. Si era insinuata in lei il senso ineluttabile della vita
che l'avrebbe strappata ai suoi amici e a questo tempo così caro,
fatto di vita che si apre, che appena ora comincia a sgorgare.
Albeggiava
oltre gli alberi dunque questa notte era giunta alla fine.
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