giovedì 27 febbraio 2014

In girum imus nocte...




L'afa di quella notte aveva riversato sulle strade quasi tutta la città insonne. Gruppi di donne camminavano lenti in fila lungo il porto e il braccio di ognuna cingendo quello della vicina formava un anello di quella catena umana che si trovava a sfilare nell'aria torrida. Altri chiacchieravano rumorosamente ai tavolini dei bar sotto i portici e tanto era il passeggiare e tanta l'energia che si sarebbe pensato fosse mezzogiorno e non tarda sera.
Sedute al monumento di Nivola, Sara ed Ele guardavano oltre la strada il mare calmo fra le barche, protette dalle ali della grande madre. Passava davanti ai loro occhi tutta quella gente accalorata che preferiva il gelato al letto, la compagnia alla solitudine della notte; correvano dei bambini e con Sara ed Ele anche loro si godevano le notti piene della loro giovinezza. Nella città natale, protetti dal semicerchio del golfo che ne traccia i limiti, caldo di mediterraneo e di Africa, vivevano appieno quei giorni lieti. Loro di sicuro non avrebbero dormito quella notte ma avrebbero vagato in circolo e consumato un'altra notte.
Con una telecamera che puntava dritto su di lei e sul monumento, Sara si chiese se era il caso di tracannare così disinvoltamente dal boccione di lambrusco. Così decise di far un cenno di saluto con la mano verso la lucina rossa e prendere un grosso sorso. Dopo tutto non vedeva cartelli contro l'accattonaggio ne che intimassero a non consumare alcolici in quel posto. E poi il lambrusco era tanto e costava poco. A volte Nicola lo infilava nello zaino quando la signora non guardava e andavamo alla cassa con due lattine di birra e un lambrusco gratis. Quando li scoprirono cambiammo negozio. Ma diciamo che quella sera le ragazze lo avevano pagato a prezzo pieno. Era un liquido caldo, forse più caldo dell'aria che quella sera spirava dal porto, salsedine e sabbia africana. Ma non si hanno certo dei gusti sofisticati a sedici anni.
Appena ebbe preso un altro sorso, Sara ruttò forte e solo dopo si mise pudicamente una mano sulla bocca. La bottiglia finì sulle mani di Ele che un po' sonnolenta la alzò per berne con gesto pigro; prendere quella sorsata sembrò costarle molta fatica. Scalpitava perché gli amici erano in ritardo. Sbuffava un po' di fumo e un po' di impazienza e con un salto si alzò per scrutare in lontananza, poi andava avanti e indietro, da una colonna all'altra dell'arco mentre la marcia senza sonno della città continuava il suo corso come un fiume che allagava il portico. Sara invece era tranquilla e non aveva fretta che gli altri arrivassero o di muoversi dal marmo che la avvolgeva. Sentiva l'effetto del lambrusco salire piano piano con cadenza stabile mentre l'amica faceva da pendolo al suo nuovo ritmo interno col suo andare avanti e indietro. Ora che il flusso di gente era aumentato vedeva a volte sparire la maglia rossa dell'amica dietro qualche coppia a braccetto, ora nascosta dietro il vestito giallo di una signora obesa.
Sara sentiva il formarsi di quel velo attorno alla testa che, nella sua breve vita di bevitrice, aveva imparato a distinguere come il primo stordimento leggero della sbronza che sarebbe venuta. Prese un altro piccolo sorso e l'ultima sigaretta che le rimaneva. Nel muovere il braccio verso la borsa, la testa si era spostata in avanti ed ora le sembrava pesasse il doppio. Vide la sua amica essere ributtata fuori da quella calca anomala, una massa di corpi sudati che si appiccicavano l'uno contro l'altro, come se il tempo si fosse ristretto ma era convinta fosse la sua testa a farle questo scherzo. Il tempo non era miracolosamente rallentato, sino a cristallizzarsi nel fermo immagine di una folla statuaria nell'immobilità di una notte d'estate. La testa cominciava a galleggiare nella inconsistenza di quella notte, fra i sandali e i ventagli che svolazzavano. Nonostante la gente l'aria era calma e frizzava di un'euforia per la vita che le girava attorno e si sentì bene nel posto che le avevano assegnato nella realtà.
Intanto Ele era tornata e cominciava a torturare il cellulare in cerca di qualche notizia da parte dei dispersi. Annullò il moto che era in lei e si risolse ad aspettare col culo nel marmo che qualcuno arrivasse.
Da dietro il grosso pancione contenuto da una canottiera bianca macchiata, sbucò il sorriso sornione di Fabri e, dietro di lui, anche Nicola e Albi, l'uno come sempre accigliato nella sua smorfia perennemente imbronciata e l'altro con un sorriso dolce. Si salutarono calorosamente quella sera, anche se si erano visti tutti i giorni di quell'estate folgorante.
Il gruppo si mosse e risalì verso via Roma, tra i fiumi di sonnambuli. Fabri con il suo piglio prese inconsapevolmente la testa del gruppo e guadava l'onda umana facendo strada ai compagni. Appariva come un folletto gioioso che la vita non aveva colpito ancora con il dolore, guidava questa avanguardia della gioventù che avanzava spazzando il vecchio con il potere conferito dallo spiritello panico che scalpita sugli zoccoli. Avanzavano lungo il portico gli esseri più leggeri e puri di tutta la città.
Virarono improvvisamente a destra e la ciurma si infilò in uno dei stretti vicoli di Marina. Li accolse un rumore di tamburi e chiacchiere lanciate da un balcone all'altro, schiamazzi di ragazzi e profumo di kebab accompagnavano la prima linea schierata per la notte.
La scalinata di Santa Eulalia li salutò nella severa compostezza della sua architettura gotica e tornò a dormire, quando i ragazzi furono passati oltre, nel suo sonno di secoli. Altri ragazzi erano li a sedere nel muretto che affiancava il lato orientale della chiesa e che creava per loro uno spazio di discrezione e libertà. Convergevano su quel punto gli echi di una batteria solista che si scaldava sul tamburo.
Nel gruppo allargato si svolse la liturgia della condivisione del vino ed il lambrusco prese il volo per un giro che lo avrebbe portato di bocca in bocca a sperimentare salive diverse. Per la nuova ed eterna alleanza. Sara che era a corto, chiese la prima sigaretta della serata, dato che alcuni già fumavano. Lilla e Gnegna erano vecchie conoscenze del liceo artistico ed altri due ragazzi, facevano gli equilibristi nel filo sottile immaginario del muretto, immaginando vertiginose altezze e urlando forte mentre si sfracellavano a terra da mezzo metro. Sara chiese un'altra sigaretta e si pianificò la fine dell'estate, che sarebbe bruciata in un falò sulla spiaggia dove sarebbero bruciati il resto di questi giorni. Ma se ne parlava come di un evento collocato in un futuro anteriore. La musica si fece più alta, ma non era un'orchestra itinerante che riempiva l'aria di suoni ma il corpo stesso della città che espandeva i polmoni, immetteva aria e la sua voce si espandeva dalle torri e si infilava nelle strade, riempiva le piazze e si buttava in mare. Le voci dei ragazzi si inserivano perfettamente nella armonia della ballata e ne aggiustavano il tono. Ele pestava i piedi sonori in risposta alle acute confessioni bisbigliate, Gnegna muoveva le mani freneticamente sulle corde invisibili che vibravano in sonorità cristalline mentre Sara scriveva partiture atonali scuotendo energicamente la testa. Un'opera vibrante centellinava la sua unica esecuzione.

Il battaglione ora saliva verso la città vecchia attraverso strade battute dall'uomo sin da tempi remoti di cui si è persa la memoria. Come se emettessero fotoni salivano come piccole fiaccole che intraprendono una sacra processione. Voci sgraziate li accompagnavano, illuminando la via e il viso della gente come se la rivelazione fosse passata loro vicino. Impavidi si muovevano come un corpo solo verso la vetta ebbri di risate. Con il fiato corto e accaldati arrivarono alla grande terrazza che li aveva accolti per quell'estate e, sotto di loro sfilava la gente, le auto e il mare in lontananza era immobile sotto la cupola di stelle. L'aria fresca dell'altitudine li ritemprò e si accasciarono disordinatamente sulle panchine per continuare a scrivere la partitura di quel notturno incompleto. Alcuni dall'alto ammiravano l'abisso che li separava dall'asfalto e per lo più il Bastione era tutto per loro e girò il lambrusco rinforzato da una birretta e girò il fumo e anche molte teste. Sara sedeva sul culo sopra la ringhiera della panchina come a volte faceva e Fabri stava fra le sue gambe aperte dove invece la gente normalmente si accomoderebbe in una panchina pubblica per riposare. Davanti a loro per terra si erano piantate come tende Gnegna e Lilla, con le gambe incrociate arpionate al terreno. Raccontavano ora storie scabrose di ragazzi conosciuti e tutti quei discorsi che si fanno nel limbo fra l'infanzia e la maturità. Ma sopratutto si parlava del presente perché quell'estate era destinata a non finire mai, quella notte stessa forse non sarebbe mai finita. Nicola e Alberto passavano fra i compagni con la mano aperta chiedendo la questua. Avrebbero racimolato il giusto per comprare due birre con le quali finire di annegare la notte e, una volta chiesta l'elemosina, scesero in giù la scalinata, giù dove la città era persa nella disperata ronda notturna mentre loro erano miracolosamente in salvo li in alto dove l'aria era migliore, alle porte della città medievale, nel ventre stesso di Castello. Alle loro spalle si snodavano a spina di pesce le vie più strette e buie dove il tempo si era congelato nei muri della cattedrale nascosta da mille vicoli tutti uguali, di modo che lo spettatore che si trovasse all'improvviso di fronte a essa dopo vicoli tutti uguali, sarebbe preso da un intenso stupore. In basso la vita scorreva in minuti e secondi mentre nell'alta fortezza il tempo scorreva nella sua eternità. I ragazzi risalirono dall'Ade riconquistando il posto sacro e tutti finirono di sbronzarsi con le loro provvigioni. A turno si recarono a pisciare perché ciò che entra deve pur uscire. Il primo bisogno solitamente veniva espletato nel bar dall'altra parte della terrazza e senza mai aver consumato niente. E siccome con la birra ciò che entra esce sempre doppio, dopo ci si appartava in un angolo isolato e allora la pietra centenaria riceveva il battesimo di quell'urina ad alto tasso alcolico. Sara il primo giro lo depositò nel comodo e pulito bagno del locale, dove non mancava mai la carta igienica. Ma il secondo solitamente lo espletava nella passerella appartata. Appena ebbe trovato l'angolo più buio si calò i pantaloni e, rilassata la vescica, rilasciò buone quantità di liquido caldo che andò a formare prima una pozza poi un rigagnolo che si allontanava secondo la pendenza . Mentre contemplava la soddisfazione dello svuotamento vide un'ombra avvicinarsi e gli venne quasi da dire: "Occupato!". Era Fabri che si appartava anche lui per pisciare. Le urlò che era buio e che non aveva neanche visto il colore delle sue mutande. Tornarono insieme verso gli altri in quella passerella che ora puzzava di piscio fresco e birra rancida.
Nicola aveva avuto l'idea di entrare di straforo all'orto botanico. La ringhiera non era alta e a quell'ora tarda non li avrebbe visti nessuno. Si trovarono tutti armoniosamente d'accordo e ridiscesero nella città che ormai si era arresa al sonno, lasciando scheletri di lambrusco e filtri di sigarette. Sara tirò un sospiro di sollievo quando fu dall'altra parte perché sino all'ultimo aveva pensato che la sua poca coordinazione fisica l'avrebbe fatta cadere. Senza un minimo senso di orientamento Sara seguì le tracce della maglia rossa di Ele per quanto il buio pesto glielo permettesse. Appena ebbero trovato delle panchine e illuminate dal lampione vicino si fermarono e Nicola cominciò a rollare una canna. Anche se era piena notte a Sara sembrava di sentire gli uccelli cantare e Fabri suggerì potessero essere uccelli notturni. Inspiegabilmente si misero a ridere mentre Gnegna cominciava a raccontare di un ragazzo che tutti conoscevano era stato trovato la mattina prima all'alba a faccia in giù e riverso nel suo vomito, dicono morto di overdose. Dicono anche che i ragazzi che erano con lui per far serata lo hanno lasciato li, morto per la pubblica via, come un fantoccio riportato a riva dal mare, venuto da chissà dove. Gli avevano ripulito il portafoglio o forse lui era solo rimasto a secco, giustamente, a fine nottata. Sara lo ricordava bene e in particolare ricordava come si spalmasse la vasellina su di un tatuaggio fresco e irritato, dicendo che la vasellina era la cosa migliore per far guarire un tatuaggio. Era un ragazzone grosso più grande di loro, perso nei suoi panni da eterno punkabestia. Rimasero tutti interdetti da quella notizia che aveva improvvisamente stracciato il velo di eternità che per tutta la notte si era andato tessendo. Gli uccelli smisero di cantare e nel parco piombò il peso della vita con tutti i suoi effetti collaterali. Si era insinuata in lei il senso ineluttabile della vita che l'avrebbe strappata ai suoi amici e a questo tempo così caro, fatto di vita che si apre, che appena ora comincia a sgorgare.


Albeggiava oltre gli alberi dunque questa notte era giunta alla fine.  

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