giovedì 18 settembre 2014

Lo spazio da riempire

Secondo Eno la musica si compone seguendo 3 fasi:

- scrittura/concepimento/ideazione del brano;

- esecuzione del suddetto per mano di musicisti competenti;

- manipolazione finale del "suonato" da parte dell'autore.


Eno è l'autore. Il che significa che chi fa musica non deve per forza essere musicista (manifesto di questa sua centrale idea è il libro da lui scritto "Music for non Musicians"). Ma significa anche che Eno è "artista" , non esecutore, è il regista che dirige gli attori/suoni. Questo può sembrare scontato oggi che di musicisti/non musicisti, ovvero che producono musica con macchine e non con strumenti (gli autori di musica elettronica) ne è pieno il mondo.. Ma il primo album di musica ambientale (o almeno il primo che fù chiamato tale) è Music For Airports, uscito nel 1978 dove forse, a manipolare macchine e a fare musica "non convenzionale" fra i più grandi c'erano poco più che i Kraftwerk e la grande scena Krautrock tedesca, come Faust e Can (poi c 'era anche la matrice "colta" della musica contemporanea, di cui però non so nulla..). Comunque sia, al di la di chi venne prima e di chi venne dopo, Eno "inventa" la musica ambient.


La musica ambient secondo Eno (che oltre che non musicista è teorico della musica, cosa che lo rende molto interessante) richiede un radicale sconvolgimento dei concetti di produzione e fruizione musicale.La fruizione deve essere "distratta" , la musica ambientale è fatta per gli ambienti (vedi appunto Music for Airports), deve riempire spazi. La musica diventa proprio un opera d'arte da installazione, come è tipico dell'arte contemporanea che anch'essa dalle due dimensioni del quadro o dalle autoreferenziali tre della scultura, e si fa ambiente, si apre allo spazio, diventa percorribile (Pollock dipingeva entrando nel quadro stesso).Una musica da Es, da sottofondo, che più che ascoltata va sentita mentre si pensa ad altro, dovrà essere il più spoglia e minimale possibile.Non deve stupire chi la ascolta/sente, nè essere ingombrante. Deve lasciare che passi anche il rumore dell'ambiente (auto, gente che parla..).Eno passa dai primi album glam, alle cosìdette agli album dove si comincia a sentire l'elettronica (o i suoni elettronici) come "Another Green World" e "Before and After Science", sino alle lunghe note, leggermente modulate fra il suono asettico e quello romantico, sino alle musiche "da thriller" , tipiche di "Apollo: Atmosferes and Soundtracks" .

E' questa la "musica discreta" , da aeroporti, supermercati, sale d'aspetto.

Il paese dell'abbondanza

Sbuffa rauca, la pelle si tira indietro rivelando la sua vera forma, l'aspetto dello scheletro. Sciami di atomi volteggiano attorno in ordinato caos. Sale l'acqua in fiumi di sogni laccati e tristi, si alzano verso la dipartita. Si sfrangiano i tetti, collassa la strada inghiottendo persone inconsapevoli di qualsiasi delitto sospeso in attesa di essere commesso. Lambiscono le nostre cose eserciti di serpi attorcigliate fra loro che sembrano una sola grande madre. Madre serpe si infila nelle lenzuola di un sonno meritato, consumato nell'anonimato. Spigolano le frumenti e lì madre serpe e i suoi figli si aggirano ruotando fra i semi che marciscono. Vedo le onte di umani bagliori, la terra a loro immagine e somiglianza, ferita d'asfalto e bruciata dai veleni. Si districa un sole caldo fra le nubi, pesanti ammassi di grigio, e fra i palazzi trova accoglienza nelle vie che li separano.. Strisce d'ombra e passaggi di luce si alternano irregolari sotto un timido sole sino a che il buoi si prenderà tutto. Città di uccelli e gatti che pigri passano lenti bagnandosi ora di sole e ora coperti. Non odo presenza umana, solo macchine lasciate fuori a riposare. Il corvo si stacca da un ramo e disegna la sua breve traiettoria fra la luce e l'ombra sino a che si posa, padrone, sulle tegole ubriache di un sole incerto. Da li contempla i panni stesi che si muovono animati dallo stesso alito che lo sostiene in volo. Le braccia secche delle antenne si stirano verso il cielo alla ricerca di frequenze, le finestre sono occhi chiusi o aperti da dove risplende il bagliore blu dei televisori. Tutto è calmo, come un campo santo dopo che il becchino se n'è andato. Lontano pochi rombi di motore riecheggiano e quelli vicini fanno in tempo a passare che già il loro suono si sperde. Serrande abbassate nel pomeriggio sciatto, non una voce testimonia la vita. Nel punto più alto della mia torre, il panorama è limitato dai tetti rossicci incollati al cielo. Solo chi vola possiede questo posto. Gli uccelli hanno occupato il palazzo qui a fianco, ne hanno fatto il loro regno di guano e il loro cimitero. A volte qualche vivo si appollaia ai davanzali abbandonati delle finestre e si gonfiano di piume per non sentire il freddo. Dove vanno a dormire gli uccelli che sento cantare nella campagna che mi circonda? L'uomo è lontano, ha preferito vivere vicino al mare dove l'aria è più dolce e la gente viva. Nell'ampio tetto del palazzo del fascio stanno vicini i piccioni che hanno occupato l'architettura umana, quelli che sono a venuti a vivere qui, nel villaggio fantasma sopra la collina. Come bagnanti al mare, si scaldano prima di andare a dormire. E ininterrotto un cinguettio gentile, poi il verso più acuto della cornacchia fanno da sfondo a qualche sparuto ciclista del fine settimana. L'aria si riempie di versi lanciati da sopra i tetti che vanno a infrangersi negli alberi frondosi e poi si perdono sotto la vallata. Due figure di volatili stanno in alto sulla cima del palazzo comunale. Questo svetta grigio e freddo di pietra, dietro i tetti quasi arancio, ha l'aspetto del medioevo , inespugnabile congelatore sopravvissuto ai secoli e dietro solo il bianco delle nuvole che in alcune parti del grosso banco si fanno più scure. Neanche il cielo sa se vuol piovere o far sole. Un grosso cane stanco rivaleggia con il cielo per la bianchezza. Ha le zampe sotto il mento e neanche la minima voglia di acchiappare i piccioni che gli volano sopra la testa. Passasse il carnevale, con tamburi e chiarine, gli abbaglierebbe con uno sbadiglio. Gli costa poca fatica aspettare l'ora in cui sarà ricondotto a casa. Qualche fantasma passa lento, facendo alzare in volo gli uccelli che sino a poco fa dominavano lo spiazzo di fronte alle fonti antiche, da dove l'acqua è stata tolta per non far marcire i muri antichi. Il pomeriggio finisce e porta delle ombre a peregrinare nel limbo della sera. Dove prima c'era l'acqua, misteriosi frutti di carne umana pendono dai rami dell'albero allegorico. Murati vivi per secoli, sono tornati a respirare l'umidità dei posti che sorgono sopra il livello del mare. Donne si sporgono verso l'alto con le braccia tese, litigandosi fra loro il prezioso seme, invasate si tirano i capelli e vengono sodomizzate e uccellacci neri girano minacciosi sopra le loro teste. Solo alberi, uccelli, cani e gatti abitano questi luoghi, l'uomo si è ritirato al chiuso di una tomba prematura e riscaldata. Solo un duomo troppo grande vive qui, una piazza scoscesa che si abbassa e rialza al sagrato, solo lo scheletro che trovarono lì dietro, solo l'eco di passi solitari che si aggirano per borgo, al pozzo di dantesca memoria. Uno spirito sale le scali pesanti di solitudine e imbocca la via principale dove il suo sospiro riecheggia nel vuoto. Prenderà la via che sale, la pendenza maledetta di cui è fatta questa città, di ciottoli e neanche una ringhiera a cui aggrapparsi. Arriverà all'arco, nella città alta dove tutto è cominciato, al castello regio divenuto ospedale poi rudere. Poca gioventù annoiata parla di niente sul muretto vicino alle fonti. Lo spazio è così vuoto che i loro mormorii arrivano sino alla mia torre. Il cane bianco li guarda appena, come fossero innocui gli fa da guardia. Il gatto color arlecchino passeggia sopra il muro, facendo lo slalom fra il filo spinato. Grossi ciuffi del suo lungo pelo si fanno ammassi lanuginosi prigionieri della recinzione, pezzi della sua criniera leonina si muovono al leggero alito di vento e sembrano covoni di paglia in un paesaggio desolato. Rimarrà solo un paese per uccelli e gatti, buono per loro e per i cani. L'uomo è andato via da qui molto tempo fa. E' inutile restare qui.

La maschera

Aveva cercato accuratamente un viso che potesse essere gradevole e allo stesso tempo intrigare chi l'avesse visto. La faccia di un bel ragazzo, un bel ragazzo sorridente dai denti bianchi e splendenti. I suoi erano ormai pochi, gialli, corrosi dal cibo e dal fumo. Voleva anche che avesse una folta chioma, giovani capelli ben saldi al cuoio capelluto e non come i suoi che ormai aveva perso nel tempo o sotto la doccia. Più che capelli quelli che gli rimanevano in testa erano bianchi fili sottili che gli circondavano la nuca e si affollavano per lo più in nidi crespi dietro le orecchie.
Digitò sul motore di ricerca la parola "giovane" e apparvero le più disparate immagini di gioventù, figure antropomorfe migliori di quanto lui era mai stato anche in tenera età. Sfogliò qualche pagina e il suo sguardo fu rapito da due guance rosee incorniciate da dei ricci biondi che sembravano oro che luccica al sole. Gli occhi brillavano di un azzurro deciso e, sotto il naso regolare, spuntavano le perle dei denti, dritti e cangianti. Salvò l'immagine di quel ragazzo sconosciuto e la caricò nel suo profilo. Aveva trovato la persona che voleva essere, la faccia giusta per la sua identità virtuale.
Sua moglie morta lo aveva lasciato in una casa troppo grande perché lui da solo fosse in grado di occuparsene. I rifiuti, dopo due mesi dal decesso, cominciavano ad accumularsi: piatti sporchi nel lavello, panni luridi che non riuscivano ad entrare tutti nel cestello della lavatrice. Ma invece di fare più carichi lui la lavatrice non l'aveva proprio accesa. Quando la pattumiera era arrivata a straripare lui non aveva cambiato il sacco e buttato quello pieno ma si era limitato a gettare i rifiuti sotto il tavolo, poi per terra davanti al divano dove passava le sue giornate. Tutti gli specchi erano così sporchi che a fatica riusciva a distinguere i suoi lineamenti, la pelle grigia. Proprio per questo non li aveva mai puliti. Il viso del giovane era il suo nuovo volto; se l'era trapiantato a fondo, cucito col filo dei suoi capelli da vecchio vedovo, stando ben attento a collegare anche i nervi della maschera alla sua vecchia faccia di cartapesta che ormai si sfaldava; così avrebbe potuto sorridere, chiudere gli occhi e strabuzzarli senza sembrare il risultato di un cattivo lifting o di una eccessiva somministrazione di botulino. E man mano che la sua vita virtuale si consolidava fra amicizie accettate o rifiutate, commenti e messaggi privati la faccia del giovane aderiva sempre più alla sua anima, tanto che a volte gli veniva da accarezzarsi quei riccioli biondi sempre uguali e immobili in quell'istantanea buttata chissà da chi e perché nella pattumiera indifferenziata del web. Ma la mano invece di imbattersi in una rigogliosa foresta si ritrovava a vagabondare in un deserto.

Maria, trent'anni, Roma. Si reggeva le ginocchia con le braccia da sopra un muretto mentre offriva il suo sorriso pietrificato agli utenti. L'aveva contattata perché i suoi occhi verdi erano gli stessi della moglie, luminosi e forti. Le aveva dato appuntamento ma non si sarebbe fatto avanti, voleva solo vederla da vicino aspettare il ragazzo biondo che non sarebbe mai arrivato. Una donna al limite dell'obesità e con gli occhi più scuri della pece si guardava attorno nervosa e portava il nastro rosso che Maria gli aveva detto che avrebbe portato appuntato al petto. Chissà chi era la ragazza della foto: una cugina più carina, un'amica dagli occhi verde smeraldo oppure anche lei aveva preso in prestito il viso di qualche sconosciuta per mascherare la verità che lo specchio le rifletteva.

giovedì 27 febbraio 2014

In girum imus nocte...




L'afa di quella notte aveva riversato sulle strade quasi tutta la città insonne. Gruppi di donne camminavano lenti in fila lungo il porto e il braccio di ognuna cingendo quello della vicina formava un anello di quella catena umana che si trovava a sfilare nell'aria torrida. Altri chiacchieravano rumorosamente ai tavolini dei bar sotto i portici e tanto era il passeggiare e tanta l'energia che si sarebbe pensato fosse mezzogiorno e non tarda sera.
Sedute al monumento di Nivola, Sara ed Ele guardavano oltre la strada il mare calmo fra le barche, protette dalle ali della grande madre. Passava davanti ai loro occhi tutta quella gente accalorata che preferiva il gelato al letto, la compagnia alla solitudine della notte; correvano dei bambini e con Sara ed Ele anche loro si godevano le notti piene della loro giovinezza. Nella città natale, protetti dal semicerchio del golfo che ne traccia i limiti, caldo di mediterraneo e di Africa, vivevano appieno quei giorni lieti. Loro di sicuro non avrebbero dormito quella notte ma avrebbero vagato in circolo e consumato un'altra notte.
Con una telecamera che puntava dritto su di lei e sul monumento, Sara si chiese se era il caso di tracannare così disinvoltamente dal boccione di lambrusco. Così decise di far un cenno di saluto con la mano verso la lucina rossa e prendere un grosso sorso. Dopo tutto non vedeva cartelli contro l'accattonaggio ne che intimassero a non consumare alcolici in quel posto. E poi il lambrusco era tanto e costava poco. A volte Nicola lo infilava nello zaino quando la signora non guardava e andavamo alla cassa con due lattine di birra e un lambrusco gratis. Quando li scoprirono cambiammo negozio. Ma diciamo che quella sera le ragazze lo avevano pagato a prezzo pieno. Era un liquido caldo, forse più caldo dell'aria che quella sera spirava dal porto, salsedine e sabbia africana. Ma non si hanno certo dei gusti sofisticati a sedici anni.
Appena ebbe preso un altro sorso, Sara ruttò forte e solo dopo si mise pudicamente una mano sulla bocca. La bottiglia finì sulle mani di Ele che un po' sonnolenta la alzò per berne con gesto pigro; prendere quella sorsata sembrò costarle molta fatica. Scalpitava perché gli amici erano in ritardo. Sbuffava un po' di fumo e un po' di impazienza e con un salto si alzò per scrutare in lontananza, poi andava avanti e indietro, da una colonna all'altra dell'arco mentre la marcia senza sonno della città continuava il suo corso come un fiume che allagava il portico. Sara invece era tranquilla e non aveva fretta che gli altri arrivassero o di muoversi dal marmo che la avvolgeva. Sentiva l'effetto del lambrusco salire piano piano con cadenza stabile mentre l'amica faceva da pendolo al suo nuovo ritmo interno col suo andare avanti e indietro. Ora che il flusso di gente era aumentato vedeva a volte sparire la maglia rossa dell'amica dietro qualche coppia a braccetto, ora nascosta dietro il vestito giallo di una signora obesa.
Sara sentiva il formarsi di quel velo attorno alla testa che, nella sua breve vita di bevitrice, aveva imparato a distinguere come il primo stordimento leggero della sbronza che sarebbe venuta. Prese un altro piccolo sorso e l'ultima sigaretta che le rimaneva. Nel muovere il braccio verso la borsa, la testa si era spostata in avanti ed ora le sembrava pesasse il doppio. Vide la sua amica essere ributtata fuori da quella calca anomala, una massa di corpi sudati che si appiccicavano l'uno contro l'altro, come se il tempo si fosse ristretto ma era convinta fosse la sua testa a farle questo scherzo. Il tempo non era miracolosamente rallentato, sino a cristallizzarsi nel fermo immagine di una folla statuaria nell'immobilità di una notte d'estate. La testa cominciava a galleggiare nella inconsistenza di quella notte, fra i sandali e i ventagli che svolazzavano. Nonostante la gente l'aria era calma e frizzava di un'euforia per la vita che le girava attorno e si sentì bene nel posto che le avevano assegnato nella realtà.
Intanto Ele era tornata e cominciava a torturare il cellulare in cerca di qualche notizia da parte dei dispersi. Annullò il moto che era in lei e si risolse ad aspettare col culo nel marmo che qualcuno arrivasse.
Da dietro il grosso pancione contenuto da una canottiera bianca macchiata, sbucò il sorriso sornione di Fabri e, dietro di lui, anche Nicola e Albi, l'uno come sempre accigliato nella sua smorfia perennemente imbronciata e l'altro con un sorriso dolce. Si salutarono calorosamente quella sera, anche se si erano visti tutti i giorni di quell'estate folgorante.
Il gruppo si mosse e risalì verso via Roma, tra i fiumi di sonnambuli. Fabri con il suo piglio prese inconsapevolmente la testa del gruppo e guadava l'onda umana facendo strada ai compagni. Appariva come un folletto gioioso che la vita non aveva colpito ancora con il dolore, guidava questa avanguardia della gioventù che avanzava spazzando il vecchio con il potere conferito dallo spiritello panico che scalpita sugli zoccoli. Avanzavano lungo il portico gli esseri più leggeri e puri di tutta la città.
Virarono improvvisamente a destra e la ciurma si infilò in uno dei stretti vicoli di Marina. Li accolse un rumore di tamburi e chiacchiere lanciate da un balcone all'altro, schiamazzi di ragazzi e profumo di kebab accompagnavano la prima linea schierata per la notte.
La scalinata di Santa Eulalia li salutò nella severa compostezza della sua architettura gotica e tornò a dormire, quando i ragazzi furono passati oltre, nel suo sonno di secoli. Altri ragazzi erano li a sedere nel muretto che affiancava il lato orientale della chiesa e che creava per loro uno spazio di discrezione e libertà. Convergevano su quel punto gli echi di una batteria solista che si scaldava sul tamburo.
Nel gruppo allargato si svolse la liturgia della condivisione del vino ed il lambrusco prese il volo per un giro che lo avrebbe portato di bocca in bocca a sperimentare salive diverse. Per la nuova ed eterna alleanza. Sara che era a corto, chiese la prima sigaretta della serata, dato che alcuni già fumavano. Lilla e Gnegna erano vecchie conoscenze del liceo artistico ed altri due ragazzi, facevano gli equilibristi nel filo sottile immaginario del muretto, immaginando vertiginose altezze e urlando forte mentre si sfracellavano a terra da mezzo metro. Sara chiese un'altra sigaretta e si pianificò la fine dell'estate, che sarebbe bruciata in un falò sulla spiaggia dove sarebbero bruciati il resto di questi giorni. Ma se ne parlava come di un evento collocato in un futuro anteriore. La musica si fece più alta, ma non era un'orchestra itinerante che riempiva l'aria di suoni ma il corpo stesso della città che espandeva i polmoni, immetteva aria e la sua voce si espandeva dalle torri e si infilava nelle strade, riempiva le piazze e si buttava in mare. Le voci dei ragazzi si inserivano perfettamente nella armonia della ballata e ne aggiustavano il tono. Ele pestava i piedi sonori in risposta alle acute confessioni bisbigliate, Gnegna muoveva le mani freneticamente sulle corde invisibili che vibravano in sonorità cristalline mentre Sara scriveva partiture atonali scuotendo energicamente la testa. Un'opera vibrante centellinava la sua unica esecuzione.

Il battaglione ora saliva verso la città vecchia attraverso strade battute dall'uomo sin da tempi remoti di cui si è persa la memoria. Come se emettessero fotoni salivano come piccole fiaccole che intraprendono una sacra processione. Voci sgraziate li accompagnavano, illuminando la via e il viso della gente come se la rivelazione fosse passata loro vicino. Impavidi si muovevano come un corpo solo verso la vetta ebbri di risate. Con il fiato corto e accaldati arrivarono alla grande terrazza che li aveva accolti per quell'estate e, sotto di loro sfilava la gente, le auto e il mare in lontananza era immobile sotto la cupola di stelle. L'aria fresca dell'altitudine li ritemprò e si accasciarono disordinatamente sulle panchine per continuare a scrivere la partitura di quel notturno incompleto. Alcuni dall'alto ammiravano l'abisso che li separava dall'asfalto e per lo più il Bastione era tutto per loro e girò il lambrusco rinforzato da una birretta e girò il fumo e anche molte teste. Sara sedeva sul culo sopra la ringhiera della panchina come a volte faceva e Fabri stava fra le sue gambe aperte dove invece la gente normalmente si accomoderebbe in una panchina pubblica per riposare. Davanti a loro per terra si erano piantate come tende Gnegna e Lilla, con le gambe incrociate arpionate al terreno. Raccontavano ora storie scabrose di ragazzi conosciuti e tutti quei discorsi che si fanno nel limbo fra l'infanzia e la maturità. Ma sopratutto si parlava del presente perché quell'estate era destinata a non finire mai, quella notte stessa forse non sarebbe mai finita. Nicola e Alberto passavano fra i compagni con la mano aperta chiedendo la questua. Avrebbero racimolato il giusto per comprare due birre con le quali finire di annegare la notte e, una volta chiesta l'elemosina, scesero in giù la scalinata, giù dove la città era persa nella disperata ronda notturna mentre loro erano miracolosamente in salvo li in alto dove l'aria era migliore, alle porte della città medievale, nel ventre stesso di Castello. Alle loro spalle si snodavano a spina di pesce le vie più strette e buie dove il tempo si era congelato nei muri della cattedrale nascosta da mille vicoli tutti uguali, di modo che lo spettatore che si trovasse all'improvviso di fronte a essa dopo vicoli tutti uguali, sarebbe preso da un intenso stupore. In basso la vita scorreva in minuti e secondi mentre nell'alta fortezza il tempo scorreva nella sua eternità. I ragazzi risalirono dall'Ade riconquistando il posto sacro e tutti finirono di sbronzarsi con le loro provvigioni. A turno si recarono a pisciare perché ciò che entra deve pur uscire. Il primo bisogno solitamente veniva espletato nel bar dall'altra parte della terrazza e senza mai aver consumato niente. E siccome con la birra ciò che entra esce sempre doppio, dopo ci si appartava in un angolo isolato e allora la pietra centenaria riceveva il battesimo di quell'urina ad alto tasso alcolico. Sara il primo giro lo depositò nel comodo e pulito bagno del locale, dove non mancava mai la carta igienica. Ma il secondo solitamente lo espletava nella passerella appartata. Appena ebbe trovato l'angolo più buio si calò i pantaloni e, rilassata la vescica, rilasciò buone quantità di liquido caldo che andò a formare prima una pozza poi un rigagnolo che si allontanava secondo la pendenza . Mentre contemplava la soddisfazione dello svuotamento vide un'ombra avvicinarsi e gli venne quasi da dire: "Occupato!". Era Fabri che si appartava anche lui per pisciare. Le urlò che era buio e che non aveva neanche visto il colore delle sue mutande. Tornarono insieme verso gli altri in quella passerella che ora puzzava di piscio fresco e birra rancida.
Nicola aveva avuto l'idea di entrare di straforo all'orto botanico. La ringhiera non era alta e a quell'ora tarda non li avrebbe visti nessuno. Si trovarono tutti armoniosamente d'accordo e ridiscesero nella città che ormai si era arresa al sonno, lasciando scheletri di lambrusco e filtri di sigarette. Sara tirò un sospiro di sollievo quando fu dall'altra parte perché sino all'ultimo aveva pensato che la sua poca coordinazione fisica l'avrebbe fatta cadere. Senza un minimo senso di orientamento Sara seguì le tracce della maglia rossa di Ele per quanto il buio pesto glielo permettesse. Appena ebbero trovato delle panchine e illuminate dal lampione vicino si fermarono e Nicola cominciò a rollare una canna. Anche se era piena notte a Sara sembrava di sentire gli uccelli cantare e Fabri suggerì potessero essere uccelli notturni. Inspiegabilmente si misero a ridere mentre Gnegna cominciava a raccontare di un ragazzo che tutti conoscevano era stato trovato la mattina prima all'alba a faccia in giù e riverso nel suo vomito, dicono morto di overdose. Dicono anche che i ragazzi che erano con lui per far serata lo hanno lasciato li, morto per la pubblica via, come un fantoccio riportato a riva dal mare, venuto da chissà dove. Gli avevano ripulito il portafoglio o forse lui era solo rimasto a secco, giustamente, a fine nottata. Sara lo ricordava bene e in particolare ricordava come si spalmasse la vasellina su di un tatuaggio fresco e irritato, dicendo che la vasellina era la cosa migliore per far guarire un tatuaggio. Era un ragazzone grosso più grande di loro, perso nei suoi panni da eterno punkabestia. Rimasero tutti interdetti da quella notizia che aveva improvvisamente stracciato il velo di eternità che per tutta la notte si era andato tessendo. Gli uccelli smisero di cantare e nel parco piombò il peso della vita con tutti i suoi effetti collaterali. Si era insinuata in lei il senso ineluttabile della vita che l'avrebbe strappata ai suoi amici e a questo tempo così caro, fatto di vita che si apre, che appena ora comincia a sgorgare.


Albeggiava oltre gli alberi dunque questa notte era giunta alla fine.